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09 dicembre 2019 Piemonte Storie in Corsia

Intervista a Francesca Michelon, docente ospedaliera del "Regina Margherita" di Torino

Quando Francesca Michelon racconta il suo lavoro nel reparto di onco-ematologia pediatrica, con quel timbro di voce chiaro, limpido, stentoreo, ci sembra di sentire, in sottofondo, la cavalcata delle Walkirie che incalza. Un'eroina dei nostri tempi senza medaglie e mostrine sulla giacca, che come altre sue colleghe, affronta una sfida quotidiana in un oceano in tempesta, sballottata tra marosi d’incertezze, ostacoli perturbanti, fardelli di paura e di dolore. Chiunque potrebbe arrendersi, perdere la rotta, lei non può permetterselo. Ha una missione da compiere e cioè portare ai suoi piccoli alunni in pigiamino, guerrieri arditi come lei, un’ora, anche pochi assaggi, un soffio, un tocco di scuola. Il come e il cosa è importante ma quello che vale ancora di più è lo scambio di sapienza, di conoscenza, di contatto tra due esseri umani. Francesca, con il suo lavoro, conferma ancor più il valore co-terapeutico della scuola in ospedale: è una veterana (lavora in ospedale da 28 anni) e ha scritto un libro “A scuola in pigiamino”, pubblicato nel 2007, che ancora si trova in libreria. Con il ricavato delle vendite, compera materiali “speciali” per i suoi alunni, per offrire loro il meglio per realizzare le loro opere d’arte. Così, se il disegno ha il tratto un po’ incerto o l’opera non riesce perfettamente, con una spruzzata di brillantini, una cornice colorata e ricca di ornamenti, acquista valore e rende più felice il bimbo, che ritrova nel suo lavoro la certezza di poter fare. Questi materiali belli servono anche ad alimentare la fantasia dei piccoli pazienti. Francesca ha un mantra che si ripete sovente: la scuola può dare più vita ai giorni.
Con la sua presenza, l’attività scolastica aumenta di valore. Una didattica che va inventata di volta in volta. Francesca la didattica la “ricama” ( le piace usare questo termine, più gentile del cucire) sul bambino, perché ognuno di loro è un mondo a sé. Quello che li accomuna tutti, al di là dello stadio della malattia e degli effetti a volte pesanti della chemioterapia, é la voglia di fare comunque scuola. L’importanza di avere il contatto con l’insegnante, di questo appuntamento quotidiano che scandisce le ore del giorno, che dà il senso del tempo: “oggi spieghiamo questo, poi nel pomeriggio fai il compito che ti ho assegnato e così domani te lo controllo”. La scuola ricorda che esiste ancora una progettualità, che c’è un futuro fuori dalla porta.

Come si “ricama” la didattica su un bambino che è anche un paziente?

Si pensa a cosa può andare bene per quel bimbo e si crea la sua scuola individualizzata, su misura per le singole necessità. Alla didattica tradizionale a volte si affianca una didattica inventata. Ho inventato la “didattica sul soffitto”. Questa tecnica l’ho sperimentata per la prima volta con un alunno di 9 anni che si trovava in rianimazione ed era immobile e senza voce. Aveva fatto capire alla mamma che voleva fare scuola. Non sapevo come poter comunicare con lui. Poteva solo aprire e chiudere gli occhi. E da quello ho iniziato. Inventavamo storie e lui apriva o chiudeva gli occhi per scegliere fra un protagonista e un altro, fra un bosco o un castello... Dopo una notte passata sveglia a pensare una soluzione per coinvolgerlo più attivamente, mi è venuta l’idea di proiettare sul soffitto le lezioni che gli preparavo. Il soffitto è diventato scuola, lassù proiettavamo, studiavamo storia, italiano, matematica... guardavamo il mondo.

Come si fa a trovare la forza di proseguire il lavoro in situazioni così delicate?

Bisogna avere la certezza e la fiducia che tutto andrà per il meglio. Noi adulti abbiamo il compito di trasmettere la fiducia nel futuro. Ogni giorno, anche quando il momento è difficile. In ospedale gli insegnanti indossano il camice verde. Il camice di lavoro raccoglie tutto, talvolta lacrime, virus, batteri, sbaffi di colori, macchie di penne....Il camice rappresenta un po’ la nostra corazza che ci rende forti, che ci fa mantenere la giusta lontananza e la giusta vicinanza a emozioni forti, ci ricorda il nostro ruolo.

Esiste uno spazio scuola?

No, la maestra trasporta un carrello con il materiale scolastico che occorre; gli spazi scuola sono i letti, i corridoi, le verande. La nostra scuola è ambulante. Con il carrello ci avviciniamo ai letti portando sorrisi e scuola.

Quale altro tipo di didattica particolare ha sperimentato?

Ho inventato “La didattica sulla schiena” con una bambina che era molto agitata e non riusciva a fare nulla. Buttava a terra penne, colori, quaderni. A volte basta poco per tranquillizzare i bambini. Corsi di aggiornamento frequentati mi hanno insegnato molte tecniche di cui mi avvalgo per riuscire a ottenere la collaborazione dei bambini. La calma, una carezza, una parola dolce, tanta empatia e pazienza servono a calmare bambini particolarmente agitati e sofferenti. E' ciò che ho fatto con questa bambina. L‘ho riportata alla calma e, per mantenere questo stato, sono passata da due carezze alla scrittura tracciata con un dito sulla schiena della piccola. Lei, attenta a quel tocco leggero, concentrata, riproduceva la scrittura sul foglio.

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