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28 novembre 2019 Nazionale Storie in Corsia

Momcilo Jankovic: la storia di un grande medico dei bambini e il suo sostegno alla scuola in ospedale

Perle di saggezza, punture di bellezza, piccoli camei sono le parole che il Dottor Sorriso, alias Momcilo Jankovic, ha regalato alla platea del convegno triestino sulla scuola in ospedale e l’istruzione domiciliare in Friuli Venezia Giulia, che si è svolto il 22 novembre scorso al Savoia Excelsior. Il tema del suo intervento era tosto: “Le persone rivelano la loro bellezza solo se c’è una luce dentro: le domande dei bambini/ragazzi affetti da tumore”. La sua lezione è stata, invece, un tocco di levità, un raro e sincero momento collettivo di coinvolgimento emotivo. Necessario e catartico.
Il professor Jankovic è stato fino al 2016 il responsabile dell’unità operativa day hospital di Ematologia Pediatrica dell’ospedale San Gerardo di Monza. Oggi è in pensione ma continua ad aiutare i suoi piccoli pazienti in reparto. Lui è stato (ed è ancora) il loro grande amico, il loro paladino, il loro faro nella notte perché “con i bambini bisogna saper dare, ma anche saper ricevere”. Da sempre sostiene l’importanza del sorriso (forse non è un caso che il suo nome Momcilo di origine serba significa proprio ragazzo sereno). Ecco il suo motto: il sorriso non guarisce ma è un qualcosa in più, che aiuta il bambino ad attraversare il tunnel della malattia per raggiungere la luce della guarigione. E dunque il sorriso aiuta a guarire meglio. Jankovic ha recentemente pubblicato un libro che è subito diventato un best seller. Si tratta di “Ne vale sempre la pena. Il dottor Sorriso, i suoi pazienti e il vero valore della vita” in cui ripercorre le storie di tanti piccoli guerrieri che hanno vinto battaglie dure ma a volte le hanno perse. Al pubblico triestino ha trasmesso servendosi di poche, semplici ma esaurienti slides, una parte di questo travolgente contenitore di emozioni e un assaggio della sua profonda esperienza di medico, della sua grande umanità ed empatia.
Professor Jankovic, come procede la battaglia contro la leucemia?
La pediatria sta facendo molti progressi. I bambini che si ammalano hanno l’80 per cento di possibilità di sopravvivere. Quando ho cominciato a fare il medico si arrivava al trenta, quaranta per cento. Ma la strada della guarigione è difficile. Bisogna affrontare cure pesanti. Per questo è importante dare ai piccoli pazienti altrettante iniezioni di bellezza per fortificarli.
Nel suo intervento a Trieste, Lei ha parlato del rapporto di fiducia tra medico e piccolo paziente….
Questo è un passaggio molto importante. Già negli anni Ottanta io parlavo da solo con il bambino, senza la presenza dei genitori. I genitori li incontravo, ovviamente, in separata sede. Il bambino si sente molto valutato quando il medico parla con lui senza mamma e papà. Bisogna dirgli la verità su cos’è la leucemia. La malattia non va vissuta passivamente. E allora nel mio racconto paragono il corpo umano a un giardino fiorito. Il giardino è come le ossa, la terra è come il midollo. E come dalla terra nascono erba, fiori e piante cosi dal midollo derivano piastrine, globuli rossi, globuli bianchi. Ma nella terra possono crescere spontanee delle erbe cattive e anche nel nostro corpo possono crearsi cellule cattive. Da queste erbacce si formano cespugli e poi ortiche e poi boscaglie. Nello stesso modo nel corpo umano le cellule cattive si moltiplicano, arriva l’anemia e poi la leucemia. In genere i minori non vogliono pietismo ma una serenità d’azione che li aiuti a combattere meglio, insieme alle loro famiglie. L’importante è non dire bugie ma la comprensione, la mediazione della parola e della speranza anche quando c’è poco tempo.
Quali sono le domande più frequenti che i piccoli malati fanno?
Perché mi sono ammalato? Posso morire? Perché non posso reagire? Ma poi anche considerazioni sul senso della vita, sulla caducità delle cose, sulla morte”.
Ci ha fatto ascoltare alcune testimonianze scritte dai suoi pazienti molto toccanti…
I doni che mi hanno lasciato i miei pazienti sono lettere, poesie, pensieri scritti. Sono scrigni di bellezza per quello che hanno capito della vita nel loro non sapere nulla della vita, il presente, il domani… Come “Vivere ogni secondo al massimo incurante di quello che ti accade dopo” e anche “Ho conosciuto un mondo nuovo che mi ha segnato molto” e “Ho imparato che il sorriso è più di una medicina. Ho imparato a non mollare”. Ma quella che colpisce di più è questa: “Quello che conta nella vita non è saperla apprezzare. Quello che conta veramente è saper accogliere il momento in cui finisce”.
C’è infine quella che è un po’ un inno alla scuola in ospedale. Fa venire i brividi..
E’ stata scritta da un paziente di 18 anni: “La Prof., solo lei mi capisce. Non riesce a farlo nessuno. Solo lei. E sa che non deve dirmi di stare calmo. Parliamo di tutto ma non di quello che mi sta succedendo. Saltiamo i convenevoli. E’ quello che serve. Mi parla di scuola. Cavolo ora sì che mi manca la scuola. I ragazzi, i Prof. E le cavolate dette e fatte. Mi mancano perfino le interrogazioni”.

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