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28 novembre 2019 Friuli Venezia Giulia Storie in Corsia

Roberta Gasperini, maestra ospedaliera di Trieste, si racconta a Natalizia Poggi

Ci sono i “Dottor sorriso” ma ci sono anche le “maestre sorriso”. Sono stata fortunata perché ne ho trovata una senza nemmeno cercarla. Si chiama Roberta Gasperini, è di Trieste e al convegno che si è svolto nella sua città il 22 novembre scorso “La scuola in ospedale e l’istruzione domiciliare in Friuli Venezia Giulia” ha raccontato la sua esperienza di “insegnante sorriso” presso l’ospedale infantile Burlo. Un intervento “solare” ma, siccome questa parola è inflazionata (spesso usata a vanvera) meglio definirlo “esemplare”. Questo per non sminuire il suo contenuto, la freschezza, l’autenticità e la bellezza.
Roberta è entrata in ospedale perché così era scritto nelle stelle. Grazie a una dirigente scolastica non comune, Fabia Dell’Antonia, che dirige l’Istituto Comprensivo ‘Dante Alighieri’ di Trieste (scuola polo per la scuola in ospedale e l’istruzione domiciliare del Friuli Venezia). Roberta e Fabia sono entrambe maestre e insegnanti di educazione fisica, si conoscevano dai tempi dell’Isef. Si erano poi perse di vista ma ad un certo punto delle loro vite, si ritrovano. Roberta felicemente maestra di una scuola elementare molto bella e funzionante, Fabia dirigente della scuola polo SIO. Cosa è successo? Fabia le fa conoscere questa attività didattica alternativa, Roberta dopo 23 anni di insegnamento tradizionale lascia la sua scuola-gioiello, i suoi 20 alunni bravissimi che l’adorano e abbraccia la causa della scuola in ospedale.
Roberta, come ha fatto a lasciare quei bimbetti a cui era molto affezionata?
Mi ci è voluto un bel mesetto di riflessione prima di decidere. Ma è probabile che questa scelta era già dentro di me la prima volta che sono entrata in ospedale e sono venuta a contatto con questa realtà. Ho sentito che quello doveva essere il mio posto, dovevo stare lì. L’idea predominante era aiutare questi bambini, insegnare in un altro modo. E’ probabile che dopo 23 anni, l’interesse per la didattica in senso stretto è diventata meno predominante rispetto alla dimensione umana-relazionale – affettiva. La missione educativa non è solo istruzione ma anche conoscenza. Lasciare i bambini della scuola “normale” è stata dura. Verso giugno li ho invitati a casa mia per una festicciola e gli ho dato la notizia. Ho raccontato che andavo ad insegnare a dei bambini malati che stavano in ospedale ma continuavo a volere bene a tutti loro. Molti erano tristi e dicevano “Resta con noi”. Alcuni hanno capito e accettato: “Se stanno male hanno veramente bisogno di te”. Ogni tanto vado a trovarli e mi fanno tante feste. Poi quando sto per andarmene mi stringono e mi dicono: Ritorna, rimani qui. Mi emozionano sempre.
Mi parli della tua giornata di lavoro in ospedale?
Quando arrivo per prima cosa cerco nell’armadio collocato in infermeria il materiale che posso utilizzare per le lezioni che mi accingo a fare. In genere lavoro al reparto di onco-ematologia. Poi raggiungo le stanze dei miei alunni, attualmente sto con due bambine di 6 e 8 anni. In genere la lezione per ciascuno di loro non dura più di un’ora, un’ora e mezzo. Ovviamente si svolge nella cameretta dove i piccoli stanno insieme ai genitori, ambiente totalmente asettico e climatizzato. Prima di entrare mi devo bardare con camice, mascherina, sovra scarpe ecc. All’inizio magari mi scambiano per un’infermiera. Ma io gli dico subito: sono la maestra. Prima di tutto bisogna conoscersi, diventare amici, poi si passa alla didattica a cui loro tengono molto nonostante i problemi fisici, il dolore, la stanchezza e la prostrazione.
Ti accolgono bene?
Dipende dal carattere, se è la prima volta, se il bambino è già preparato o meno. La bambina di sei anni, ad esempio, era entusiasta di vedermi perché preoccupata che i suoi compagni di prima elementare stanno andando avanti. Lei mi ha detto subito che voleva imparare a leggere e scrivere per non rimanere indietro. Così quando torna starà al loro stesso livello. L’altra bambina si vergognava a farsi vedere da chiunque perché con la chemio ha perso tutti i capelli. Quando sono entrata io s’era messa una fascetta in testa. Mi ha anche detto: non ho i capelli. E io le ho risposto: ma hai due bellissimi occhioni azzurri. Adesso non la porta più la fascetta. Stiamo imparando a scrivere in corsivo. Dico queste cose per ricordare comunque che oltre l’empatia e al senso di umanità bisogna avere pure competenze didattiche specifiche per insegnare a questi bimbi.
Immaginavo ci fossero delle classi in ospedale…
Da noi non esiste una classe attrezzata per fare lezioni. Del resto in onco-ematologia i bambini non possono uscire dalle loro camere. In altri reparti però come chirurgia o pediatria una classe ci starebbe proprio bene. Un luogo fisso, una zona che identifica l’area scuola e dove noi insegnanti possiamo tenere i nostri materiali. Darebbe meno senso di precarietà al nostro lavoro.
Negli altri reparti, i ragazzi lavorano insieme?
Si formano dei gruppetti anche di età diverse. E quindi ci sono momenti in cui i ragazzi lavorano per conto loro con i rispettivi insegnanti e altri in cui fanno attività comuni come laboratori di manualità, artistici ecc. Non essendoci un’aula specifica, in genere il tutto avviene in una stanza, al momento, disponibile, quindi a fine lavoro bisogna riporre il materiale in altro luogo. Sono dunque classi miste comunque la didattica è sempre molto stimolante per i piccoli degenti. Adesso stiamo organizzando un laboratorio di lavoretti per Natale, in particolare le matite addobbate e colorate che poi venderemo in un mercatino. Alcune attività le svolgiamo pure in sala giochi che viene usata delle associazioni.
Fai anche ore di istruzione domiciliare?
In genere mi rendo disponibile a continuare l’attività scolastica via Skype. I piccoli ricoverati non possono tornare alla vita normale. Di solito quando le terapie vengono proseguite a casa subentrano le insegnanti della scuola di appartenenza. A casa ho seguito bambini stranieri, soprattutto albanesi, che vengono a curarsi in Italia. In queste famiglie straniere la maestra è una figura importante che media il rapporto con il paese che li ospita e li aiuta ad integrarsi. A volte partecipano pure i genitori alle lezioni di italiano che noi facciamo ai loro figli.
Non sempre però le storie hanno un lieto fine. Come fa una maestra di scuola in ospedale ad affrontare ed accettare una diagnosi infausta di un suo allievo, la sua morte ingiusta, il dolore straziante dei suoi genitori…
Purtroppo succede che qualcuno non ce la fa. La prima volta che ho vissuto una tragedia simile è stato dopo 15 giorni che avevo iniziato a lavorare in ospedale. Mi sono trovata per caso in una situazione drammatica e cioè quel momento in cui i medici devono comunicare ai genitori che la loro figlia di appena otto anni ha ormai i giorni contati. Ero andata da Sveva, così si chiamava la piccola, armata di colori, pennarelli e perfino una macchina fotografica perché il giorno prima ci eravamo lasciate con l’idea di provare a fare foto e disegni per un progetto a cui stavamo lavorando. I medici quindi, non potendo parlare con i genitori di fronte alla bimba, mi pregarono di restare con lei durante il colloquio. Sveva era appena tornata da una sfilza di esami clinici che l’avevano spossata ma nonostante questo mi salutò, mostrando interesse per quel materiale, addirittura riuscì a colorare un arcobaleno con gli acquarelli per regalarlo al fratello Leo e tentò pure di scattare qualche foto. Alla fine stremata mi chiese: mi leggi una storia divertente. Io presi un libro a caso e cominciai a leggere, e poi continuai e continuai anche quando il libro era finito, inventando e arricchendo la storia con altre storie. Lei si assopiva poi si svegliava e si assopiva di nuovo. Andammo avanti così per cinque ore. Quando uscii da quella stanza mi sentivo come se fossi uscita da un altro mondo. Sveva è morta dopo 15 giorni. Era tornata a casa e ormai faceva solo cure palliative. Quando le somministrarono la morfina si sentì all’improvviso bene, perché non avvertiva più dolori, e allora disse alla mamma: sto così bene, io sono la bambina più fortunata del mondo. La morte di Sveva è uno stato un dolore per tutta la città, che si è stretta intorno alla meravigliosa famiglia. E’ scattata una gara di solidarietà per sostenerli anche economicamente e ora c’è un bellissimo progetto di fondare un’associazione in onore di Sveva per aiutare la scuola in ospedale.
La vita però va avanti. In nome di Sveva e di tutti gli altri bambini come lei, avete lanciato progetti legati al diritto di sognare anche in ospedale. Parliamo di questo.
Abbiamo lanciato un concorso riservato ai ragazzi di tutte le scuole che possono partecipare come singoli, in gruppo o con tutta la classe. Il concorso si chiama “I care – Il Diritto di Sognare”. Chi è interessato può mandare video, fotografie, disegni, musica, poesie, racconti ecc. I più meritevoli riceveranno come premio una mattinata alternativa. Se dovessero vincere i bambini in ospedale si inventerà qualcosa adatto a loro come la visita di qualche personaggio amato, un calciatore, un cantante ecc. E’ già successo… Certo se poi sono bambini che possono uscire, allora si esce per un’impresa, non di tutti i giorni. Come andare in barca a vela: è già successo durante l’ultima Barcolana. Oppure si fa baldoria come ad Halloween quando siamo andati mascherati in giro per l’ospedale chiedendo dolcetto o scherzetto. I sogni dei bambini vanno esauditi. 

Visualizza le immagini della sezione ospedaliera di Trieste e di Sveva: 

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